Archivio | luglio, 2010

I finalisti del Campiello a Jesolo

28 Lug

Vi segnaliamo che domani, giovedì 29 luglio, alle ore 20.30 a Jesolo i cinque finalisti del premio Campiello Letteratura saranno presenti a un incontro in piazza Milano ( in caso di maltempo al Kursaal) organizzato dal Comune. Noi saremo presenti, e intervisteremo tutti gli autori, su cui faremo delle puntate speciali quando ritorneremo a settembre! Saranno presenti Antonio Pennacchi con il suo “Canale Mussolini”, Gad Lerner con “Scintille”, Gianrico Carofiglio con “Le perfezioni provvisorie”, Laura Pariani con “Milano è una selva oscura e infine Michela Murgia con “Accabadora”. Non mancate e buone vacanze!

“Spaesamento” di Giorgio Vasta

27 Lug

In onda Martedì 27 luglio alle ore 20 – e in replica Domenica 1 agosto alle ore 13 –  su Radio San Donà 102.200, Overbooking!

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  • Titolo: Spaesamento
  • Autore: Giorgio Vasta
  • Editore: Laterza
  • Data di Pubblicazione: 2010

In occasione della presentazione della sua ultima fatica a Jesolo lo scorso 16 luglio, nel ciclo di eventi organizzato dal Comitato “Piazza Milano”, Giorgio Vasta ha rilasciato, grazie alla gentile concessione del Comune di Jesolo nella persona dell’Assessore Alberto Carli, una lunga intervista, che poi è stata commentata in studio da Alvise e Ferdinando assieme alla recensione e alle letture tratte da “Spaesamento”.

Recensione:

La seconda fatica di Giorgio Vasta, Spaesamento, edito da Laterza nella collana Contromano, è, come lo era stato Il tempo materiale, suo esordio letterario, un testo anomalo. Se nel primo libro la voce narrante era quella di Nimbo, ragazzino dall’eloquio forbito, ipotattico, “qualcosa” di simile a un nastro di Möbius, un dentro-fuori che introietta linguaggio per ri-configurarlo e rimetterlo in circolo, adesso è l’autore stesso, Vasta, col suo “portato” d’uomo, a farsi narratore e voce. Ed a farlo attraverso una missione da svolgere: un carotaggio. Vale a dire, prelevare un campione d’Italia, un campione di umanità, di esistenza, trascorrendo tre giorni a Palermo. Il capoluogo siciliano, città d’origine di Vasta, come sede dell’esperimento. In tempi di narrazioni forzatamente “impegnate” e personaggi a tutti i costi indimenticabili (quanti strilli usano questi termini?), Giorgio Vasta fa del suo carotaggio, e quindi del romanzo, un attore; la narrazione si fa essa stessa personaggio. In questo contesto, il narratore-scienziato deve provare a non fare nulla, a lasciare che il mondo gli accada intorno. Solo in questo modo, forse, il campione potrà essere utile allo scopo. È così che sulla scena di Spaesamento, una Palermo, calda e sorniona, ma quasi un enorme palcoscenico-Italia in perenne tempesta neurovegetativa, si accalcano vari esponenti di un’umanità che ha eletto l’immagine a sua divinità e forza. Come la “donna cosmetica”, abbronzata, ancora tonica ma già indice vivente del naturale decadimento del corpo, riferimento esperienziale del primo giorno che, nell’antro dei sogni, per il protagonista si trasforma in una iper-reale emulazione di Edwige Fenech, regina indiscussa e incontrastata della commedia pruriginosa all’italiana, interminabile galleria sessuale, fonte munifica di abiezione. O come gli emo, con cui il narratore entra fugacemente in contatto, o gli avventori dei bar, fossilizzati in ruoli che non sanno di avere. È per questa via che si giunge al cuore della narrazione, al supremo spavento provato di fronte alla scritta BERLUSCONI, costruita con la sabbia, in spiaggia. E da quella scritta esplode la riflessione sulla malattia del Paese, sull’agente rivelatore Silvio Berlusconi, il quale si limiterebbe a rimandare agli italiani, alle masse, quel bisogno di torpore, di sicurezza, di struttura. Berlusconi è il grembo materno-catodico in cui si è sostanziata e continua a concretizzarsi la nostra sindrome, il nostro complesso. Riportando testualmente da una delle ultime pagine: «Gli italiani […] vivono immersi nell’incarnazione della loro storia. Vivono nel caos del ventre dove la morte scompare, nei genitali che non generano. Berlusconi serve a questo: a giocare all’idolatria blasfema, o a giocare al nemico. Berlusconi è la sintesi di questo tempo che non trascorre.» Palermo così diventa l’Italia intera, diviene la sede di uno dei tanti spaesamenti sparsi per lo stivale. Giorgio Vasta può facilmente non piacere: è lo scrittore dell’aggettivazione al potere, del periodo lungo e intricato, del ventaglio lessicale amplissimo. La sua scrittura è d’azione e di parola allo stesso tempo, o magari di azione attraverso la parola, e di parola o “linguaggio”, con questo termine più genericamente intendendo non solo gruppi di fonemi, che ripercorre l’azione, dicendola, e la fa vivere, la rende codificabile e decodificabile. Rimane solamente da chiedersi, e sembra quasi un interrogativo avanzabile in una riflessione come quella di Spaesamento, se nel nostro Paese siamo pronti a uno scrittore del genere.

Alessandro Puglisi (Sul Romanzo)

“Acciaio” di Silvia Avallone

20 Lug

In onda Martedì 20 luglio alle ore 20 – e in replica Domenica 25 luglio alle ore 13 –  su Radio San Donà 102.200, Overbooking!

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  • Titolo: Acciaio
  • Autore: Silvia Avallone
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: 2010

Grazie alla collaborazione del comune di Jesolo, che ospiterà Silvia Avallone il 22 luglio alle 21.30 in piazza Drago all’interno della manifestazione Jesolo libri 2010, in questa puntata di “Overbooking” abbiamo avuto la grandissima possibilità di intervistare telefonicamente, IN ESCLUSIVA, Silvia Avallone. Quest’ultima, con il suo primo romanzo “Acciaio”, è arrivata seconda al premio Strega 2010 con uno svantaggio di soli 4 voti rispetto al vincitore Antonio Pennacchi!

In studio Alvise Favotto e Giulia Depentor colloquieranno con Silvia Avallone, cercando di sviscerare i significati più profondi del suo romanzo, oltre a carpirne i segreti da esordiente di successo. Puntata imperdibile!

Recensione

Acciaio è uno di quei romanzi che ti riconciliano con la letteratura italiana contemporanea. Mentre scorri le pagine assorto nella lettura commenti a voce alta: “Non è vero che il romanzo è morto”, “Si scrivono ancora le storie”, “Non è finito il tempo di raccontare i sentimenti”. Era dalla lettura di romanzi come Lo schiaffo e Alla larga dai comunisti, entrambi di Luigi Carletti – editi da Baldini e Castoldi nel 2008 e nel 2009 – che non m’imbattevo in una così evidente capacità di raccontare storie, in questo caso ancor più sorprendente perché l’autrice ha soltanto venticinque anni.
Acciaio di Silvia Avallone è un romanzo di formazione che attualizza la lezione di Salinger e del suo fondamentale Giovane Holden. Racconta la storia della profonda amicizia tra Francesca e Anna, due ragazzine di tredici anni che diventano donne in una provincia depressa popolata da operai siderurgici, adulti disillusi bruciati da troppe sconfitte e ragazzi che sognano la fuga. Piombino è il palcoscenico degradato su cui recitano i personaggi, sempre curati e credibili, mai ridotti a stereotipi e a macchiette fumettistiche. Una via Stalingrado di pura fantasia – localizzabile nel quartiere periferico di mare noto come Salivoli e identificabile nel rione operaio dei Lombriconi – presenta casermoni in stile sovietico dove vivono operai della Lucchini, famiglie marginali, piccoli spacciatori, ladruncoli, perdigiorno, studenti e ragazzi che in estate popolano la piccola spiaggia davanti all’Isola d’Elba. Silvia Avallone sceglie di dare un nome di fantasia al teatro principale delle vicende perché rappresenta in un luogo geografico definito la vita problematica di ogni piccola città bastardo posto di gucciniana memoria. Non é Piombino l’obiettivo, ma la provincia italiana che cambia e la vita che pulsa lontana, distante milioni di anni luce dalle speranze dei giovani.
Ecco via Stalingrado a giugno, bruciata dal sole, descritta dalla penna ispirata di Silvia Avallone: Da una parte c’era il mare, invaso di adolescenti in quell’ora bestiale. Dall’altra il muso dei casermoni popolari. E tutte le serrande abbassate lungo la strada deserta. Il mare e i muri di quei casermoni sotto il sole rovente del mese di giugno, sembravano la vita e la morte che si urlavano contro. Non c’era niente da fare: via Stalingrado, per chi non ci viveva, vista da fuori, era desolante. Di più: era la miseria.
L’autrice riesce a raccontare la disillusione di una generazione che non crede più a niente e non si entusiasma per la politica, soprattutto non trova una via di fuga lottando per un ideale ma soltanto costruendosi un mondo irreale. Silvia Avallone racconta la droga presa nei cortili dei palazzi per noia, abitudine, per trovare il coraggio di affrontare un lavoro che distrugge la vita, per sentirsi uomini e affrontare una serata in discoteca o in un night a caccia di emozioni.
Il tema principale è l’amicizia tra due ragazzine, una bionda e l’altra mora, entrambe di una bellezza solare e sfacciata che vedono crescere i corpi femminili sotto lo sguardo interessato degli uomini. Un’amicizia che sfocia nel rapporto lesbico, appena sfumato dall’autrice che non calca la mano sui momenti morbosi e racconta con grazia i sentimenti, ma subito dopo muore per futili incomprensioni e gelosie, forse perché i loro giochi di ragazzine si sono spinti oltre il consentito. Francesca tenta di sostituire l’amica con Lisa, ma non è la stessa cosa, comincia un percorso di autodistruzione che la porterà a perdere la propria giovinezza sul palcoscenico del Gilda, un night club dove ballerà nuda e si concederà alle voglie represse di un pubblico di operai che sfoga le frustrazioni nel sesso.
Silvia Avallone ha una capacità descrittiva tipica solo dei grandi scrittori, perché riesce a catturare i sentimenti nelle frasi e a comunicare sensazioni descrivendo luoghi con un tono a metà strada tra l’elegiaco e il poetico. Il complesso di quattro casermoni da cui piovono pezzi di balcone e di amianto in un cortile dove i bambini giocano accanto a ragazzi che spacciano e vecchie che puzzano è il luogo dove si dipanano le esistenze dei protagonisti. Uomini e donne che si fanno un’idea del mondo restandone ai margini, credendo normale non andare in vacanza, non andare al cinema, non sfogliare il giornale e non leggere libri. Troviamo persino una citazione de La pioggia nel pineto di dannunziana memoria che costruisce una cadenza di eventi intorno a un tragico incidente avvenuto sotto la pioggia. La descrizione degli operai siderurgici e dei luoghi dove vivono è certosina, paziente, evoca sentimenti e ricordi.
Il Cotone, il quartiere dell’acciaio. Nudo come una tomba. Non una panetteria, un alimentari, un’edicola. Forse la serranda abbassata di un’officina. Lo spolverino prodotto dal carbone te lo sentivi entrare nei polmoni, appiccicarsi addosso, annerire la pelle.
Silvia Avallone racconta l’adolescenza, un’età potenziale dove tutto può ancora accadere e ogni possibile strada da prendere è ancora aperta, ma non scrive un facile romanzo giovanilistico alla Moccia che strizza l’occhio agli adolescenti. Acciaio è un romanzo problematico che parla di padri violenti che picchiano figlie disinibite ma sono loro i primi cattivi esempi, racconta di genitori assenti che fuggono da un destino operaio per trafficare in opere d’arte rubate e denaro falso, descrive il dramma delle morti sul lavoro in un’industria siderurgica, narra la perdita dei valori di una società che non crede più a niente, a parte sesso e denaro. I ragazzini sono la speranza, come diceva Pasolini, ma pure loro si perdono, purtroppo, perché diventano uomini e donne. Un romanzo pervaso da un pessimismo di fondo e da un andamento malinconico, come una poesia di Giovanni Pascoli o una ballata di Fancesco Guccini, ma che si legge con passione dalla prima all’ultima pagina, parteggiando per i protagonisti e fremendo per le loro vicissitudini. Acciaio appassionerà gli adolescenti che ci rivedranno la loro vita e tutte le persone che cercano in una storia la cruda realtà della vita quotidiana. Non piacerà a chi cerca l’elegia provinciale, il mito del cantuccio d’ombra romita, rifugio tranquillo dove stemperare i problemi quotidiani. La provincia toscana non è più così. Una raccomandazione: non fateci un film perché distruggerete l’incanto e la poesia della pagina scritta, non riproducibile dallo scarso mestiere di certi registi italiani contemporanei che seguono le orme di Moccia e Muccino. A meno che non si scoprano nuovi emuli di Pasolini e Germi, capaci di farsi cantori di un’epopea ambientata ai tempi in cui la classe operaia non può andare in Paradiso.
Silvia Avallone ha venticinque anni ed è al suo primo romanzo.
Al contrario dei suoi protagonisti – ha trovato la sua strada.

Gordiano Lupi ( da www.liberolibri.it)

“Prenditi cura di me” di Francesco Recami

15 Lug

Vi segnaliamo che questa sera a Jesolo Libri 2010 in piazza Drago, all’aperto, Francesco Recami presenterà il suo “Prenditi cura di me” (Sellerio 2010). Conduce e intervista Fiorella Girardo del “Corriere del Veneto”.

In caso di maltempo, le serate di Jesololibri 2010 si tengono presso il Kursaal in Piazza Brescia.

Il libro

Francesco Recami, già noto per almeno due precedenti romanzi “Il correttore di bozze” e “Il superstizioso” si presenta oggi come uno dei 5 finalisti per l’assegnazione dello Strega 2010.

La storia ha come protagonista Stefano Maltinti, quarantenne fiorentino dalla vita non riuscita: è l’unico figlio di Marta, vedova benestante ormai da molti anni, e cerca di emergere da continue sconfitte sul lavoro, nella vita privata, nei rapporti con gli amici. Improvvisamente la sua già incerta esistenza viene completamente sconvolta dalla gravissima malattia da cui viene colpita la madre: un ictus cerebrale la porta in una condizione di incoscienza e di immobilità, e di questa situazione non può che farsi carico Stefano, pur se lui si sente del tutto inadeguato al gravoso impegno che lo aspetta. Eccolo dunque in una città degradata, percorsa da un traffico caotico e pericolosamente violento, con personale medico e paramedico distratto, superficiale, lontano dai reali bisogni di pazienti e familiari. Stefano deve confrontarsi con una burocrazia inefficiente e pletorica, con servizi sociali velleitari e inefficienti, anche se la storia si svolge nella Toscana progressista…. l’unica possibilità di sopravvivenza per una persona anziana e non autosufficiente si rivela l’assunzione di una badante straniera. Eccoci allora proiettati nel mondo delle donne emigrate di diverse nazionalità che si propongono per il lavoro di cura: ci sono le slave evolute, ambiziose e spesso aggressive, le sudamericane più ingenue, spesso vittime dei loro stessi connazionali che le schiavizzano. Marta verrà assistita in casa anche se malvolentieri; la malata è costretta ad accettare la presenza di un’estranea nei confronti della quale sono presenti tutti i pregiudizi più ovvi: Maria Asuncion accetta timorosa un lavoro durissimo che tenta di svolgere con le sue scarse competenze e questo solleva almeno in parte Stefano, oberato da debiti, da difficoltà nello svolgere il suo lavoro di consegna a domicilio di cartoni di vino, da rapporti difficili con la ex moglie Alessia e ancor più conflittuali con la stessa madre, nei confronti della quale nutre una forma di attrazione-rifiuto che Recami analizza con fredda e determinata obiettività.

Il libro si legge talora con fastidio, tante sono le profonde lacerazioni che vive il protagonista e che lo portano ad atteggiamenti francamente odiosi e moralmente discutibili, dietro le quali l’autore ci rivela pulsioni segrete che forse ciascuno di noi lettori ha provato segretamente di fronte ad una serie di problemi che la vita familiare e la longevità di molti anziani propone all’attuale società, troppo fragile e precaria per poterli affrontare dignitosamente. Il finale del romanzo, del tutto imprevedibile, ci racconta l’assurdità di rapporti familiari sempre più deteriorati, la follia che può scoppiare all’improvviso, il fallimento del modello “famiglia”, tanto celebrato dalla cultura dominante.

[recensione di Elisabetta Bolondi di “www.sololibri.net”]

“Voglio l’America” di Enrico Franceschini

12 Lug

Lo staff di "Overbooking" (quasi) al completo!

In onda Martedì 13 luglio alle ore 20 – e in replica Domenica 18 luglio alle ore 13 –  su Radio San Donà 102.200, Overbooking!

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  • Titolo: Voglio l’America
  • Autore: Enrico Franceschini
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di Pubblicazione: 2009

Il libro

È arrivato a New York da solo, con un borsone rosso a tracolla, una macchina da scrivere portatile e il sogno di conquistare l’America, almeno per un po’. È un provinciale italiano appena uscito dall’università che si è messo in testa di fare il giornalista negli Stati Uniti, attirato dai romanzi di Bukowski, dai film di De Niro, dalle luci di Broadway. Ma la realtà è diversa dalla fantasia: nessun giornale pubblica i suoi articoli, per sopravvivere distribuisce volantini pubblicitari di un topless bar e non ci sono luci attorno a Hell’s Kitchen, la “cucina dell’inferno”, dove ha preso in affitto un appartamentino con gli ultimi soldi che gli sono rimasti. Poi John Gambino, “padrino” di una delle famiglie di Cosa Nostra che controllano il crimine organizzato in città, viene arrestato: ed è la sua occasione di mettersi alla prova. Tra loft di artisti squattrinati, fumosi jazz club e discoteche con toilette bisex, vola via un anno pieno di sorprese, che lo lascia davanti a un doppio bivio: sposare Angie, un’italoamericana che gioca a biliardo meglio di un uomo? E una volta fatti i conti con l’America, rimanere o tornare?

La puntata

In studio con Alvise Favotto ci sarà Giulia Depentor, intrepida giornalista grazie alla quale abbiamo ottenuto l’intervista telefonica – direttamente da Londra – con Enrico Franceschini! Il giornalista di “Repubblica” è stato gentilissimo con noi novellini alle prime armi e ci ha regalato una lunga intervista, che vale la pena di ascoltare integralmente e per il quale non finiremo mai di ringraziarlo!

“Olio” di Andrea Mazzon

6 Lug

In onda Martedì 06 luglio alle ore 20 – e in replica Domenica  11 luglio alle ore 13 –  su Radio San Donà 102.200, Overbooking!

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  • Titolo: Olio
  • Autore: Andrea Mazzon
  • Editore: Il filo
  • Data di Pubblicazione: 2008

Andrea deve occuparsi di un’inchiesta per il giornale per il quale occasionalmente scrive: appalti truccati, corruzione tra le alte sfere della politica locale e collusione con la malavita. Niente di nuovo, in realtà, la solita, vecchia storia italiana. Tuttavia qualcosa di strano, di poco pulito, cova sotto le ceneri: un uomo misterioso, lo stesso che ha dato l’avvio all’indagine, sembra sapere su Andrea molto più di quel che dovrebbe. Enigmatiche e-mail riaprono una ferita in lui mai rimarginata del tutto: il corpo del padre, deceduto in un incidente aereo, non è mai stato ritrovato. Che non sia morto? Che sia sopravvissuto, o abbia fatto volontariamente perdere le proprie tracce? Che sia, in qualche modo, collegato all’inchiesta? Ad aiutare Andrea nella sua ricerca gli amici di sempre, fedeli compagni di una vita, e Alessia, l’amore finalmente trovato. Opera d’esordio di Andrea Mazzon, Olio è un intrigante romanzo in cui la realtà, alla fine, si mostra molto più assurda dell’immaginazione. Due gli elementi che la fanno da padrone: la provincia del nord-est, palcoscenico e quasi protagonista della vicenda, e un’ironia tagliente e scanzonata, punto di forza di una narrazione incalzante e coinvolgente.

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