Archivio | maggio, 2012

“Al Dio sconosciuto” di John Steinbeck

30 Mag

In onda Mercoledì 30 maggio alle ore 18 – e in replica Lunedì 4 giugno  alle ore 13 –  su Radio San Donà 102.200, Overbooking!

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Oggi alla ribalta uno dei romanzi meno conosciuti e più sofferti di John Steinbeck, premio Nobel per la letteratura nel 1962, “Al Dio sconosciuto”.

  • Titolo: Al Dio sconosciuto
  • Autore: John Steinbeck
  • Editore: Bompiani
  • Anno di Pubblicazione: 2011

Trama

“Al dio sconosciuto” è la terza opera di John Steinbeck e certamente non tra le più note, ma ciò che mi ha colpito è proprio per il tema trattato: una specie di panteismo naturale che mette il naso nelle forze della Natura senza voler dare spiegazioni, lasciando un grande punto di domanda alla fine, senza velleità filosofiche o religiose.

Solo “Ma chi siamo in realtà?” e “Dove stiamo vivendo?”

Anche se non troveremo le risposte, son domande che val la pena di porsi, se non altro per ridimensionarci un pochino, per prender coscienza del nostro essere insettini che corrono e si dimenano (e fanno danni) sulla superficie della Terra.

Il romanzo ruota attorno al rapporto tra il protagonista Joseph, la Terra e tutto ciò che di impalpabile e di illogico compenetra, modifica e comanda il mondo fisico. Terra intesa come la Grande Madre, colei tutto dà e tutto prende, colei che i suoi figli nutre e uccide.

L’impalpabile e l’illogico è forse racchiuso nell’idea del “dio sconosciuto” che rende la terra feconda, corre nel vento ammassando le nubi, concede l’abbondanza per poi ridurla in carestia e vuole il suo altare bagnato di sangue.

Joseph è legato a queste forze, se le sente scorrere dentro e le percepisce nell’aria.

E’ un dono, una pazzia o una maledizione?

E l’interpretazione dei segni e delle sensazioni è ardua, come se il dio non volesse mai svelare il suo vero volto.

Di quel dio ne troverà l’altare, in una radura al centro di una pineta fitta come una barriera impenetrabile, resa silenziosa e ovattata da un tappeto di aghi soffici che assorbono ogni rumore portando il luogo al di fuori dal tempo: è una roccia coperta di muschio, talmente grande da essere assurda …. Alla base della roccia una piccola grotta contornata da felci e dalla grotta un ruscello: la sacralità è quasi palpabile, come lo è la potenza e la bontà ….. Ma cos’è la bontà in un dio senza tempo?

“Sono vecchio. Se aspetti due anni potrò venire con te, librandomi sopra il tuo capo potrò aiutarti. ”

Non bastano le parole del padre a frenare il suo bisogno impellente di possedere un appezzamento di terra è pressante. E lo cercherà come un assetato, finchè arriverà nel favoleggiato West, territorio vergine, in fondo da poco strappato agli indiani, e, nella valle di Nuestra Seniora, finalmente, davanti alle gialle distese di avena, ad un fiume ricco e quieto che scorre portando vita alla Terra, ad un’antica quercia capirà di essere giunto alla meta.

Il padre è già lì ad aspettarlo, nella quercia. In spirito finche è in vita, realmente dopo la morte: forse sono i fantasmi la realtà, e i viventi solo sfocate ombre di quella realtà troppo complessa per venir racchiusa nella materia.

Dopo la morte del padre anche i fratelli lo raggiungono con le famiglie, la loro terra, senza steccati nè divisioni, costituirà una vasta tenuta nella quale tutto è di tutti ed il patriarca indiscusso quanto non dichiarato è Joseph. Egli non è il primogenito ma il suo dono ed il suo carisma bastano a decretarlo tale.

D’altronde chi altro potrebbe addossarsi questo fardello?

Thomas che vive in simbiosi con il mondo animale e che solo con gli animali riesce ad avere un rapporto paritario quanto profondo? Burton, cieco prigioniero della religione? Benjy, il più giovane, talmente vano da non poter essere neppure malvagio?

Il rapporto di Joseph con la Terra……

“E’ mia, mia fino al suo centro.”

…….. e con gli animali che alleva è talmente forte, carnale da supplire anche alla mancanza di un rapporto fisico con una donna, ma, visto che il principale comandamento è fertilità, egli per primo sente di dover obbedire ed essere fertile. Troverà la sua compagna in Elisabeth, una giovane maestra che vede nei suoi occhi quelli del Cristo: profondi, pietosi, pieni di saggezza e cose non dette. Lo seguirà nella valle, lasciandosi alle spalle i suoi sogni di bambina, saltando, non senza paura, in quella vita nuova con quell’uomo sconosciuto.

Neppure in chiesa, durante il suo matrimonio, neppure nelle parole del prete né nell’atmosfera comunque sacra di quel momento, Joseph riuscirà a captare un dio diverso da quello che gli impone il suo essere, anzi tutto in quel luogo gli parrà estraneo, addirittura corrotto. Il dio tornerà a parlargli a cerimonia finita, nel suono delle campane. La buona voce del ferro gli ricorderà i raggi del sole che al mattino percuotono il cielo e la pioggia che irrora il ventre gravido della terra, il vento caldo che sfiora le cime degli alberi: solo nella Natura egli riconosce il sacro.

Solo Rama, moglie di Thomas, ne intuisce l’anima. Rama la forte, la giusta, colei che, come la Grande Madre, elargisce gioie immense ai buoni e punizioni terribili agli ingiusti, che cercherà di far capire ad Elisabeth chi in realtà sia Joseph. Lei sa, perché vede al di là dell’apparenza e capisce al di là della ragione ed ha visto in quell’uomo dagli occhi del Cristo il ricettacolo di tutte le anime umane, il simbolo dell’anima stessa della terra. E’ più forte della morte, più grande delle montagne: è tutti gli uomini in uno solo. Ciò che tace, Rama, è la terribile solitudine alla quale egli è condannato. Nessuno potrà mai vedere nel profondo di quel cuore poiché nessuno di quella vista potrebbe sopportarne il peso.

Ovviamente sarà Joseph a far nascere suo figlio, perché così deve essere e dopo pochi giorni lo poserà tra i rami più bassi della quercia in una consacrazione pagana alle forze che regolano quei luoghi. Ma l’albero verrà ucciso da Burton, integralista di Dio, nel tentativo di distruggere con quel gesto tutto ciò che il suo dio condanna.

Fu la morte dell’albero, simbolo di vita, e l’oltraggio al dio a portare la siccità che spaccò il terreno e prosciugò i pozzi?

Cosa placherà il dio sconosciuto? Quale sangue pretenderà? Alla fine anche Joseph dovrà sacrificarsi, in un antico rito, per render nuovamente feconda la terra? O sarà il dio a sacrificarsi per diventare vento e nubi e pioggia, perché Joseph altri non è che il dio?

John Steinbeck

John Steinbeck nasce a Salinas, una cittadina rurale della California, il 27 febbraio 1902. Di famiglia agiata per il luogo (padre tesoriere della contea di Monterey, madre insegnante), John ha un’infanzia serena durante la quale sviluppa un legame molto forte con quella terra.

Decide molto presto quale sarebbe stata la sua strada ed è ancora un adolescente timido e schivo quando inizia a scrivere racconti e poesie.

Dal 1919 al 1925 frequenta i corsi di letteratura inglese e scrittura creativa presso la Stanford University, poi interrompe gli studi per iniziare quel migrare di luogo in luogo, mantenendosi con lavori occasionali, che influenzerà fortemente la sua vita di scrittore: fa il pescatore sulle rive della Monterey Bay, sterratore al Medison Square Garden, bracciante in Oklahoma … ed il giornalista a New York già nel ’26 per il New York American … L’anno successivo ritorna in California e trova un impiego di custode di una residenza estiva sul lago Tahoe: è qui che inizia a scrivere in modo continuativo e proficuo e, nel 1928, pubblica il suo primo romanzo, “Cup of Gold”, appena due mesi prima del crollo di Wall Street che squasserà l’economia americana: il libro passa sotto silenzio sia per quanto riguarda le vendite, che la critica.

Si sposta nel 1930 e si trasferisce a Pacific Grove, dove continua a vivere in modo precario e, questa volta, grazie all’aiuto economico della sua famiglia d’origine; d’altra parte questo gli permette di continuar a scrivere e, nel ’35, pubblica il libro che l’avrebbe fatto conoscere al grande pubblico ed alla critica: Pian della Tortilla. Nell’ottobre del ’36 pubblica “In Dubious Battle” e, subito dopo, scrive una serie di articoli (raccolti successivamente sotto il titolo di “The Harvest Gipsy”) per il San Francisco News. E’ del ’37 “Uomini e topi”, del quale cura anche la riduzione teatrale, che si rivela un altro successo. Due anni dopo “Furore”, con il quale si aggiudica il premio Pulitzer e dal quale, l’anno successivo, viene tratto l’omonimo film per la regia di John Ford. La sua attenzione e sensibilità per i più poveri, per coloro che giorno per giorno cavano a stento un tozzo di pane continua con un documentario, girato nel ’40, sulle condizioni di vita della società rurale messicana (“The forgotten Village”)

Siamo all’inizio della Seconda Guerra Mondiale e John Steinbeck è corrispondente di guerra per il “New York Herald Tribune” in Europa e in Africa: da questa esperienza nasce, nel ’42,“La luna è tramontata”, romanzo che si ispira alla Resistenza norvegese e che diventerà anche un dramma di notevole successo, ed un diario di guerra dal titolo “Once there was a War” che verrà dato alle stampe solo nel ’58.

Rientrato in America, Steinbeck alterna la scrittura a lunghi viaggi in tutto il mondo (Italia compresa) che gli forniscono materiale nuovo, nuove esperienze e la possibilità di scrivere anche dei reportage e libri di viaggio, tra i quali “Travels with Charlie: in Search of America”, del 1962. Continua a scrivere per il “New York Herald Tribune” e, proprio per questo quotidiano, va in Russia assieme al fotografo Robert Capa.

Ma i successi letterari, in questo periodo, stentano ad arrivare: “Vicolo Cannery ” e “Quel fantastico giovedì ” vengono trattati piuttosto freddamente dalla critica che li considerano una specie di brutta copia di “Pian della Tortilla”. La rivincita di Steinbeck arriva nel ’52 con “La valle dell’Eden” (portata nel ’55 nelle sale cinematografiche con la regia di Elia Kazan e con James Dean come interprete principale). Dello stesso anno la sceneggiatura di “Viva Zapata” con Marlon Brando e sempre Elia Kazan come regista.

Proprio nel 1962 gli viene viene conferito il premio Nobel per la letteratura

Muore il 20 dicembre del 1968 e viene sepolto nella sua Salinas, nel Garden of Memories.

Malgrado i premi, le traduzioni cinematografiche e teatrali, si può dire che John Steinbeck abbia avuto più successo all’estero che in patria. In Italia, ad esempio, i suoi libri furono tradotti da scrittori come Pavese, Vittorini e Montale.

La causa forse è da ricercare nel fatto che, pur essendo contemporaneo di Hemingway e Scott Fitzgerald, non rappresenta il volto classico della “generazione perduta” ma, piuttosto, quello dell’America del Sud con le sue contraddizioni, il suo passato razzista, la sua voglia di riscatto e questo i suoi libri, come quelli di William Faulkner, ripropongono sempre.

[Rosalba Crosilla]

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“Il condominio” di James G. Ballard

23 Mag

In onda Mercoledì 23 maggio alle ore 18 – e in replica Lunedì 28 maggio  alle ore 13 –  su Radio San Donà 102.200, Overbooking!

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In questa puntata andiamo su quella che si potrebbe definire “fantascienza sociologica” e recuperiamo un classico del 1975 di Ballard!

  • Titolo: Il condominio
  • Autore: James G. Ballard
  • Editore: Feltrinelli
  • Anno di Pubblicazione: 2003

Trama

Le vicende del romanzo si sviluppano nell’arco di tre mesi all’interno di un grattacielo londinese di lusso, «il primo a essere terminato e abitato di cinque unità identiche, facenti parte di un unico progetto immobiliare. […] Di fatto, quella struttura abitativa era una piccola città verticale, con i suoi duemila abitanti inscatolati nel cielo».

L’edificio sembra offrire ai condomini tutte le comodità della vita moderna: piscine, scuola materna, banca, parrucchiere, sauna, ristorante, palestra, supermercato e ascensori ad alta velocità. Gli appartamenti sono strutturati in modo differente a seconda del piano di appartenenza: quelli ai piani più bassi sono più piccoli e, quindi, più economici; per contro, man mano che si sale verso i piani più alti, gli appartamenti diventano sempre più grandi e costosi, fino ad arrivare all’attico: il più spazioso appartamento di tutto l’edificio, abitato da uno degli architetti del grattacielo, Anthony Royal. Di fatto, l’edificio rispecchia al suo interno la stessa suddivisione di classe della società: i semplici lavoratori ai piani bassi, la media borghesia ai piani intermedi, e i ricchi professionisti nei lussuosi appartamenti in cima.

Duemila, in tutto, gli abitanti del grattacielo, i quali «formavano una collezione sostanzialmente omogenea di ricchi professionisti: avvocati, medici, fiscalisti, docenti universitari e pubblicitari, insieme a un piccolo gruppo di piloti d’aereo, tecnici cinematografici e terzetti di hostess che si dividevano l’appartamento. Secondo il metro consueto del livello finanziario e del grado d’istruzione erano probabilmente più simili gli uni agli altri dei membri di qualsiasi altro agglomerato sociale immaginabile; avevano gli stessi gusti e gli stessi atteggiamenti, gli stessi pallini e lo stesso stile, che si rifletteva chiaramente nella scelta delle automobili parcheggiate attorno al grattacielo, nella maniera elegante ma in qualche modo standardizzata di arredare gli appartamenti, nella selezione di vivande sofisticate del reparto Delikatessen al supermarket, nel tono delle loro voci sicure».

Il convivere tutti in un unico edificio (sebbene delle dimensioni di un grattacielo), scatena ben presto una serie di screzi e rivalità:

« Laing […] già poco tempo dopo il suo arrivo nel condominio, aveva comunque dovuto notare attorno a lui una straordinaria quantità di antagonismi appena velati. Il grattacielo aveva una seconda vita tutta sua. […] poco sotto la schiuma del pettegolezzo professionale si stendeva una dura cappa di rivalità personali. A volte aveva la sensazione che tutti stessero aspettando che qualcuno facesse un grosso errore […]

I sei mesi precedenti erano stati un periodo di litigi continui fra i suoi vicini, di scontri volgari per gli ascensori difettosi e l’aria condizionata mal funzionante, per gli inspiegabili guasti elettrici, per il rumore e le contese sugli spazi di parcheggio […] Le tensioni sotterranee fra gli inquilini erano decisamente forti, e solo in parte smorzate dal tono civilizzato del palazzo e dall’ovvia esigenza di rendere l’immenso condominio un successo. »

Ma una sera, in seguito ad un guasto elettrico, tre piani rimangono completamente al buio. Il blackout dura solo quindici minuti, ma tanto basta per gettare nella confusione chi si trova lì:

« Nella galleria del decimo piano erano presenti circa duecento persone e molte erano rimaste ferite nel fuggi fuggi verso gli ascensori e le scale. Al buio era scoppiato un gran numero di assurdi e spiacevoli litigi, fra quelli che volevano scendere ai loro appartamenti ai piani più bassi e gli inquilini dei piani alti che insistevano per scappare di sopra, verso le più fresche altitudini dell’edificio. Durante il guasto due dei venti ascensori erano stati messi fuori uso. L’aria condizionata si era spenta e una donna, rimasta chiusa in un ascensore fra il decimo e l’undicesimo piano, aveva avuto una crisi isterica, forse per essere stata vittima di molestie sessuali. Il ritorno della luce aveva svelato un mucchio di relazioni illecite, fiorite col favore della totale oscurità come una specie di pianta carnivora. »

Una reiterata serie di piccoli blackout e i dissidi sempre più frequenti tra vicini incrinano definitivamente i rapporti fra i condomini, risvegliando pian piano la violenza repressa e l’odio di classe delle persone. I condomini iniziano ben presto ad organizzarsi in clan rivali, a seconda della classe sociale e del piano dell’appartamento. Dopo le prime schermaglie la situazione degenera velocemente fino a trasformarsi in un’orgia di violenza: sabotaggi di ascensori, barricate, uccisioni, rappresaglie, il tutto ambientato in un edificio oramai abbandonato a se stesso, dove nessun servizio funziona più, sia per mancata manutenzione, sia per deliberata violenza dei suoi inquilini (per i quali il grattacielo rimane comunque l’unico vero mondo in cui vale la pena vivere, tanto da non uscire nemmeno più fuori, troncando così ogni contatto con il mondo esterno).

Presto le battaglie coinvolgono l’intero palazzo. Tutti i condomini vengono coinvolti in un mondo di violenza primordiale, nel quale cessano di aver valore le leggi della società civile per tornare alla legge preistorica del più forte. In questo clima di rabbia e violenza generale, un giornalista di nome Richard Wilder, abitante ai piani bassi del condominio che si era proposto di girare un documentario televisivo sulla tipica vita all’interno di un grattacielo, incolpa la struttura stessa del disfacimento generale. Incomincia così una lunga, dura e pericolosa scalata ai piani alti, con l’obiettivo di raggiungere l’attico e con esso l’architetto del grattacielo, Royal, principale responsabile della degenerazione verificatasi. Si tratta, in realtà, di una vera e propria scalata sociale per Wilder: arrivare in cima al palazzo significa scalzare di fatto Royal dal ruolo di padrone assoluto del grattacielo. Regredito allo stadio primitivo (gira infatti quasi completamente nudo, sul petto si traccia con un rossetto segni tribali di cui va fiero e si limita a soddisfare solo i suoi impulsi primari), riesce a raggiungere la cima del grattacielo, superando barricate e ostilità, dove incontra l’architetto in persona. A questo punto gli punta, per gioco, una pistola, ma Royal equivoca il gesto: temendo di essere colpito, sferza il suo bastone cromato su Wilder che, per contro, gli spara e lo uccide (si nota che prima di allora mai un colpo d’arma da fuoco era stato esploso durante gli scontri, e questo semplicemente per una primordiale esigenza dello scontro fisico). Soddisfatto per il suo trionfo, Wilder si ritrova nel giardino delle sculture dove, “contagiato” dall’allegria e dalla spensieratezza dei bambini che giocano lì, si unisce ai loro giochi. Solo in un secondo momento si accorge anche della presenza di alcune donne, le quali dapprima lo osservano per poi accerchiarlo, armate ciascuna di coltello. Invece di scappare o difendersi, Wilder (al limite della consapevolezza) va loro incontro, come un bambino che si getta tra le braccia di sua madre.

L’unico dei tre protagonisti del romanzo che sopravvive è il dottor Laing, un medico che non si decide a praticare la professione, ma si limita ad insegnare all’università. Questo atteggiamento apatico e negletto che ha nella vita quotidiana lo riversa anche all’interno del grattacielo durante tutti i mesi di ostilità, dove si limita al ruolo passivo di affascinato spettatore, ma senza mai partecipare attivamente agli scontri. Inoltre dimostra una naturale abilità nell’adattarsi alla nuova situazione, ma senza lasciarsi contagiare dalla follia comune.

Il libro si chiude con l’inquietante immagine del grattacielo di fronte alle prese con un blackout, segnale dell’inizio della follia che si sarebbe scatenata di lì a poco anche in quell’edificio:

« Già si vedevano i raggi luminosi delle torce elettriche che scrutavano il buio, e gli inquilini facevano i primi, confusi tentativi di capire dove si trovavano. Laing li guardava soddisfatto, pronto a dargli il benvenuto nel loro nuovo mondo. »

Protagonisti

I tre protagonisti Royal, Laing e Wilder sono tre tipici esemplari delle classi sociali a cui appartengono:

  • Anthony Royal è il ricco architetto che ha creato il palazzo. Vive nell’attico e disprezza il comportamento delle classi inferiori.
  • Robert Laing è un giovane medico appartenente alla ricca borghesia che non ha mai curato un paziente. Cerca solo la tranquilla sopravvivenza sua e delle sue donne, senza interessarsi a quello che succede nel resto del condominio.
  • Richard Wilder è un giornalista ansioso di riscattare le sue umili condizioni. Sfida Royal per la supremazia nel palazzo.

Il condominio come metafora dell’età contemporanea

Il concetto di fondo che lo scrittore Ballard espone nel romanzo (poi ripreso come leitmotiv in altri suoi libri, come Il mondo sommerso) è quello della regressione dell’uomo – di fronte a particolari circostanze – ad uno stadio primitivo. L’uomo, in fondo, nasce come animale. Nel corso della sua evoluzione ha imparato a dominare i propri impulsi grazie al raziocinio, ma più questi vengono tenuti a freno e più si corre il rischio che esplodano – quasi senza preavviso – al verificarsi di particolari condizioni, annullando in un solo colpo tutte le conquiste tecnologiche e sociali per ritornare allo stato animalesco:

« Ora che tutto era tornato alla normalità, si rendeva conto con sorpresa che non c’era stato un inizio evidente, un momento al di là del quale le loro vite erano entrate in una dimensione chiaramente più sinistra. »

Non c’è mai un unico elemento responsabile dell’esplosione, bensì piuttosto una serie di concause che portano all’esasperazione un individuo (come i continui litigi e le rivalità mal celate tra gli abitanti di un grattacielo di mille appartamenti). Raggiunto questo punto, basta un solo evento per provocare l’esplosione, che può essere il più disparato quanto il più banale, come un semplice blackout. All’inizio la nuova situazione getta gli abitanti del condominio-grattacielo nel panico più totale, ma poi l’assenza di luce dà loro il pretesto immediato di dare libero sfogo a quegli impulsi così a lungo repressi, esplodendo così in atteggiamenti irrazionali, comportamenti deprecabili, violenza, perfino omicidio e cannibalismo:

« Al sicuro nella conchiglia del grattacielo, come passeggeri a bordo di un aereo con il pilota automatico, erano liberi di comportarsi in qualsiasi modo volessero, di esplorare le pieghe più oscure della propria personalità. Per molti versi il grattacielo era il perfetto modello di tutto ciò che la tecnologia aveva fatto per rendere possibile l’espressione di una psicopatologia autenticamente libera »
« Senza saperlo, [Royal] aveva costruito un gigantesco zoo verticale, con centinaia di gabbie accatastate l’una sull’altra. E allora, per cogliere il senso di tutti i fatti avvenuti nei mesi precedenti, bastava capire che quelle creature brillanti ed esotiche avevano imparato ad aprire gli sportelli. »

Ma quella della violenza è soltanto una fase verso una nuova normalità. Una volta raggiunto il culmine, la violenza è destinata a smorzarsi pian piano, per tornare necessariamente alla quotidianità, questa volta però non più fatta di regole, doveri e severa moralità, ma dove si è liberi di essere se stessi mostrando apertamente la propria natura, nel bene e nel male:

« Ogni nuovo episodio [di violenza] li avvicinava alla meta finale a cui tutto il grattacielo puntava, la costituzione di un regno in cui i loro impulsi più devianti fossero finalmente liberi di manifestarsi, in qualsiasi modo. A quel punto la violenza fisica sarebbe finalmente cessata. »

[Wikipedia]

 


“Mentre morivo” di William Faulkner

2 Mag

In onda Mercoledì 02 maggio alle ore 18 – e in replica Lunedì 7 maggio  alle ore 13 –  su Radio San Donà 102.200, Overbooking!

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Rimaniamo nell’ambito della letteratura statunitense, e questa volta tocca a un premio Nobel: William Faulkner e il suo “Mentre morivo”.

  • Titolo: Mentre morivo
  • Autore:William Faulkner
  • Editore: Adelphi
  • Anno di Pubblicazione: 2007

Trama

Mentre morivo (titolo originale As I Lay Dying) è un romanzo dello scrittore statunitense William Faulkner, pubblicato a New York nel 1930 dall’Editore Cape & Smith.

Nel libro viene narrata una storia semplicissima sul piano della mera fabula ma estremamente complessa su quello dello stile e della tecnica narrativa. Ed è proprio la forma peculiare e studiatissima a fare di questo impervio romanzo uno dei vertici della narrativa del XX secolo. Come ricorda Fernanda Pivano in un lungo saggio introduttivo a Luce d’agosto Faulkner scrisse Mentre morivo nell’estate del 1929, all’età di 32 anni, quando lavorava come fuochista alla centrale elettrica dell’Università di Oxford, Mississippi, e vi si dedicava “nelle ore di minor lavoro, tra la mezzanotte e le quattro del mattino, usando come tavolino una carriola capovolta[1]

Il titolo originale, As I Lay Dying, come dichiarava esplicitamente Faulkner, allude assai significativamente a un verso dell’Odissea che si trova nel famoso libro XI, quello della discesa agli inferi da parte di Ulisse, in particolare laddove Agamennone, ormai un’ombra, narrando all’amico vivo le circostanze dell’orrido delitto compiuto da Egisto e Clitennestra tra le mura della sua stessa casa, sottolinea dolorosamente che egli non ricevette dalla moglie “occhi di cane” alcun gesto di pietà nemmeno da morto. Nella versione citata a memoria da Faulkner il verso è il seguente: “As I lay dying the woman with the dog’s eyes would not close my eyelids for me as I descended into Hades”. Nella versione italiana di Aurelio Privitera esso suona così: “a terra morente (…) la faccia di cagna (…) non ebbe il cuore, mentre andavo nell’Ade, di chiudermi gli occhi”[2]. Come si vede, la stessa soglia del titolo, con le sue risonanze omeriche (e naturalmente anche eschilee, dunque tragiche), ci introduce nel clima funebre del romanzo, che mette in scena un rito di sepoltura, ora grottesco ora drammatico, carico di suggestioni simboliche antichissime.

Una famiglia di contadini poveri e primordialmente legati alla terra, i Bundren, è presentata mentre veglia insieme ad alcuni vicini sugli ultimi momenti di vita di mamma Addie. Siamo nella contea di Yoknapatawpha (l’immaginaria regione del Mississippi, qui nominata fuggevolmente solo una volta, già introdotta da Faulkner in Sartoris e ne L’urlo e il furore, entrambi del 1929), ed è un luglio insieme torrido e piovoso, che sconvolgerà il territorio con un’inondazione mai vista da quelle parti a memoria d’uomo. Morta Addie, il marito Anse e i cinque figli (Cash, Darl, Jewel, Dewey Dell e Vardaman) caricano la bara su un carro malconcio e partono per la lontana Jefferson, dove la donna era nata e dove desiderava essere sepolta. Questo viaggio carico di simboli archetipici e allegorie anche bibliche (il pesce, il cavallo, il diluvio, la discesa agli inferi, il rogo purificatore, il capro espiatorio), a causa dell’inondazione che trascina via i ponti del fiume, dura più di una settimana tra varie e tragicomiche peripezie, e occupa gran parte della narrazione. E sono proprio le difficoltà del viaggio e far esplodere i rancori che covano tra i membri della famiglia, ciascuno dei quali è prigioniero del proprio dramma privato e nasconde segreti e desideri più o meno inconfessabili. Giunti a Jefferson, i Bundren si liberano dei ‘miasmi’ tragici che li opprimono, seppellendo il cadavere in putrefazione di Addie (sono passati nove giorni dalla morte) e spedendo Darl al manicomio di Jackson, mentre la diciassettenne Dewey Dell, segretamente incinta, cerca di procurarsi un aborto farmacologico finendo involontariamente per prostituirsi a un droghiere senza scrupoli, che in cambio le dà da bere un intruglio che “puzzava d’acquaragia”. Così purificata, la famiglia si ricompone all’istante e realizza finalmente i piccoli sogni dei poveri, come le banane comprate da Dewey Dell per il piccolo Vardaman, il grammofono per Cash e i denti nuovi per lo sdentato Anse, che a Jefferson trova pure una nuova moglie.

Costruzione

Questa, in sintesi, la storia raccontata in Mentre morivo, che però prende forma lentamente attraverso un complesso contrappunto polifonico di monologhi, secondo la tecnica del flusso di coscienza che Faulkner mutua soprattutto da Joyce, ma piegandola alla propria peculiare esigenza di rappresentare in modo insieme crudo e profondamente elegiaco il mondo rurale e primitivo del Sud degli Stati Uniti. I 59 capitoli, non numerati, portano come titolo solo il nome del personaggio che di volta in volta prende la parola e racconta la storia dal proprio particolare punto di vista. Oltre ai sette membri della famiglia, ci sono altre otto voci monologanti: i vicini coniugi Tull (Cora e Vernon), il medico Peabody, il locandiere Samson, l’‘uomo di Dio’ Withfield, l’ospite Armstid e i droghieri Moseley e MacGowan. È molto interessante dare uno sguardo d’insieme alla distribuzione dei 59 monologhi, perché si vede, ad esempio, che se ben 19 sono assegnati al ‘folle’ Darl e 10 al piccolo Vardaman (uno dei quali, il 19, costituito da una sola frase: “Mia madre è un pesce”), uno solo, e non particolarmente significativo, è assegnato a Jewel, che pure ha una notevolissima presenza ‘scenica’ nei monologhi degli altri; fondamentale, invece, è l’unico monologo assegnato a Addie, che sembra addirittura parlare post mortem. Ecco, in ordine di apparizione, le 15 voci monologanti, seguite dai capitoli ad esse assegnati: Darl (1, 3, 5, 10, 12, 17, 21, 23, 25, 27, 32, 34, 37, 42, 46, 48, 50, 52, 57); Cora (2, 6, 39); Jewel (4); Dewey Dell (7, 14, 30, 58); Tull (8, 16, 20, 31, 33, 36); Anse (9, 26, 28); Peabody (11, 54); Vardaman (13, 15, 19, 24, 35, 44, 47, 49, 51, 56); Cash (18, 22, 38, 53, 59); Samson (29); Addie (40); Withfield (41); Armstid (43); Moseley (45); MacGowan (55).

Personaggi principali: i Bundren

Anse è un contadino inetto e testardo che, pur di tener fede alla parola data alla moglie, intraprende un viaggio lunghissimo e drammatico portando in giro una bara che già emana un fetore insopportabile, e alla fine avrà il suo tornaconto.

Addie è la donna radicata alla terra e al sangue che sa tutto il dolore della vita, biblicamente legato al parto. Sposa Anse senza amore e gli dà senza opporsi i figli che lui vuole secondo la tradizione contadina, ma vive la vera passione, nel peccato e al di fuori del matrimonio, con Withfield, che le dà un figlio. A lei Faulkner mette in bocca una straordinaria teoria pessimistica del linguaggio che denuncia la vacuità del logocentrismo maschile basato sull’assegnazione dei nomi alle cose che non si conoscono (come l’amore, la maternità, la paura, l’orgoglio, il sangue, la carne, la terra, il peccato e la salvezza), laddove le donne come lei, fedeli alla voce diretta delle cose, non hanno bisogno di nominarle per sapere che cosa siano.

Cash il falegname, forse il personaggio più poetico del romanzo, è anche il più straziante e il più straziato. Da un lato ha il compito, assegnatogli dalla stessa madre, di costruirle la bara sotto gli occhi mentre giace a letto morente, e dall’altro farà quasi tutto il viaggio tra dolori indicibili, perché si spezza una gamba nel tentativo di salvare il carro, i muli e la bara dalla piena del fiume. Ma è sua l’ultima parola del libro, ed è una parola che si apre alla bellezza consolatrice della musica, in quella che forse è l’unica nota di speranza nella terra desolata di Yoknapatawpha.

Darl, reduce disadattato della Grande Guerra, è il diverso, il figlio chiuso in una follia lucida che funge da occhio privilegiato, lirico e deformante, sugli avvenimenti (come si è detto, ben 19 dei 59 monologhi che costituiscono il romanzo sono suoi). La maggiore ampiezza, anche culturale, del suo sguardo irriducibilmente alieno rispetto al mondo chiuso di Yoknapatawpha (è stato in Francia durante la guerra), è segnalata linguisticamente dall’uso di espressioni comparative raffinate come “insetto cubistico” e “fregio greco” (cfr. “Darl” [50]). Tenterà persino, quasi al termine del viaggio, di dar fuoco alla bara per liberare la famiglia dal pestilenziale fardello, e per questo sarà internato in manicomio. In un passo importante, che metanarrativamente allude anche alla costruzione per sguardi del romanzo, così è descritto da Tull (31): “Lui mi guarda. Non dice nulla; mi guarda e basta, con quei suoi occhi strambi che fanno parlare la gente. Dico sempre, non è tanto quello che ha mai fatto oppure detto o qualsiasi cosa quanto come ti guarda. È come se ti fosse entrato dentro, in qualche maniera. È come se in un modo o in un altro tu ti stia guardando e guardando quello che fai con gli occhi di lui”.

Jewel è il frutto dell’adulterio di Addie, legato alla madre da un rapporto di amore e odio e tenacemente ostile a Darl, che sa il suo segreto. Accompagna sdegnosamente il corteo funebre in sella al suo inseparabile cavallo selvaggio, che Darl identifica con sua madre (in un complesso gioco di specchi simbolico, per cui Darl non ha madre, perché indesiderato e mai amato, Vardaman è figlio di un pesce, perché nato per pura meccanica fertilità, e Jewel è figlio di un cavallo, perché nato da una passione focosa: cfr. “Darl” [20]); ma alla fine lo darà via in cambio di una nuova pariglia, per sostituire i muli del padre affogati nel corso del drammatico attraversamento del fiume in piena.

Dewey Dell è la figlia precocemente cresciuta e vitale che prende il posto della madre e cerca di nascondere la sua gravidanza scaturita da una breve relazione con il giovane Lafe (e dato che Darl è l’unico a conoscere anche il suo segreto, sarà lei ad aiutare Jewel a far rinchiudere il fratello in manicomio).

Vardaman è il bambino innocente che assiste all’orrore (lo squartamento del suo pesce, la decomposizione della madre, gli avvoltoi che li seguono sempre più incombenti, il rogo del fienile appiccato da Darl, la prostituzione della sorella) sognando per Natale un trenino rosso visto una volta dietro una vetrina.

[Wikipedia]

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